Dubai DOPO e PRIMA
Premessa: ho scritto la seconda parte di questo post subito dopo il mio rientro da Dubai, a fine gennaio.
Poi, come sempre, l’ho messo da parte, in attesa di un momento per finirla e pubblicarla.
Il 28 febbraio 2026 però è cambiato tutto di nuovo, e quello che sembrava una lussuosa realtà a parte è diventata una zona di guerra.
Certo, anche qui gli Emirati Arabi si distinguono, non è la guerra dei paesi poveri con città distrutte e gente in fuga.
Gli Emirati possono difendersi, hanno uno scudo che li protegge, ma questo scudo non può funzionare sempre, né può proteggere del tutto le città.
E allora in una manciata di ore internet si riempie di filmati di scie ed esplosioni di missili intercettati nel cielo di Dubai, surreali fuochi d’artificio che non sembrano nemmeno possibili.

Burj Khalifa
Il traffico aereo si ferma completamente – l’area del golfo è sotto attacco e gran parte delle compagnie aeree che volano in Asia hanno lì le loro basi.
La gente resta bloccata ovunque, centinaia di migliaia di persone si ritrova di punto in bianco a gestire partenze o rientri cancellati e senza prospettive di poterli riprogrammare.
Qualcuno in lacrime dai rifugi improvvisati a Dubai chiede l’aiuto dei governi per tornare a casa.
E come faccio a non pensare che potevo esserci io al loro posto?
Partire tranquillamente con l’idea di andare in uno dei paesi più sicuri del mondo e poi trovarsi in una situazione del genere: non sono stati imprudenti, non hanno fatto niente di stupido o azzardato: si sono solo trovati al posto sbagliato nel momento sbagliato.
E può capitare a tutti.
Tutto il mondo vive i primi giorni di guerra in uno stato di choc collettivo, alimentato anche dall’atteggiamento che appare assolutamente folle e fuori controllo degli artefici della guerra. Giorni in cui un po’ tutti abbiamo pensato che la terza guerra mondiale fosse subito dietro l’angolo.
E la cosa davvero orribile è che adesso, al momento in cui scrivo (29 aprile 2026, a due mesi dall’inizio della guerra) ormai ci siamo abituati pure alla follia, perché non passa giorno senza notizie che spaziano dal terribile al ridicolo.
Nel frattempo l’Occidente pian piano si prepara a una nuova emergenza: per quanto ancora potremo fare a meno di tutto quello che transitava dallo Stretto di Hormuz – ora bloccato?
Scelgo volutamente di parlare soltanto dell’effetto di questa guerra sui voli , perché se parlassi del resto mi uscirebbe senz’altro un testo completamente diverso, e molto poco politically correct.
E per quanto riguarda i voli la risposta è piuttosto secca: al ritmo di utilizzo attuale e con le scorte presenti c’è tempo in media fino a fine maggio.
Poi, se la situazione non si sblocca in fretta, le cose cambieranno.
E come cambieranno per noi che in fondo vorremmo solo un mondo in pace per poter esplorare ogni angolo?
Inizialmente verranno eliminati i voli meno redditizi (in questi giorni alcune compagnie lo stanno già facendo)
Poi verranno accorpati più voli possibile, causando cambiamenti d’orario e cancellazioni a raffica.
Nel lungo periodo i costi aumenteranno – probabilmente a dismisura – perché dal Golfo Persico viene una parte consistente del cherosene che serve per fare il jet fuel.
Alcune compagnie non reggeranno l’ennesimo colpo e dovranno chiudere.
Tutte le zone che stavano iniziando a poter contare sul turismo dovranno farne di nuovo a meno.
Tutti i viaggiatori si troveranno, ancora una volta, in un mondo più piccolo e meno raggiungibile.
E tutto questo per due stronzi che hanno deciso di iniziare una guerra che adesso non possono fermare.
Quello che segue l’ho scritto in un altro mondo che adesso non esiste più.
E anche se mi sembra strano e impossibile sono passate solo poche settimane.
Gennaio 2026
Forse avete letto il post precedente in cui parlavo di Dubai (nel dubbio vi metto il link).
Bene: avevo ragione su alcune cose e torto marcio su altre. Per fortuna, ancora una volta, non mi sono fatta influenzare dai miei pregiudizi, perché ho trovato una città che è già futuro.
La cosa che mi ha colpita di più è proprio questa: Dubai è il frutto di una visione.
Anzi: tutti gli Emirati sono frutto della visione di poche persone.
Lì si può vedere dal vivo cos’è un progetto a lunga scadenza e si può immaginare facilmente cosa potrà diventare.
E a me questa cosa fa venire la pelle d’oca per l’emozione.
Sono la versione emiratina del motto di Disney “Se puoi sognarlo puoi farlo” — e, per il momento, è l’unico posto al mondo in cui ho visto una cosa simile.
Con questo non voglio affatto dire che sia perfetta, o un modello da seguire — anzi.
Ci sono tante cose migliorabili, tante situazioni che possono cambiare. Non è una città ideale, nonostante la ricchezza che scorre a fiumi.
Però è la dimostrazione plastica di cosa si può realizzare se si hanno abbastanza mezzi. E lì i soldi sono davvero l’ultimo dei problemi.
Dubai non è un sogno ingenuo: è un sogno pianificato.
Beh, queste sono solo le mie riflessioni su una meta che si è rivelata molto più interessante del previsto.
(Poi se volete dettagli pratici, costi, trasporti e organizzazione del viaggio trovate tutto qui .
Impressioni e conclusioni personali
Come sospettavo, Dubai è un luna park.
Una Las Vegas in versione lusso.
E come mi è accaduto a Las Vegas, mi è piaciuta — perché è oggettivamente una città unica.
Non vi aspettate storia e monumenti: prima degli anni Settanta praticamente c’era solo sabbia.
Non vi aspettate nemmeno ambientazioni e lusso europei: lì c’è proprio un altro concetto — spesso naïf — di cosa sia bello ed elegante.
Se invece vi aspettate stupore e meraviglia, li troverete a ogni angolo.
Negli Emirati tutto è DI PIÙ.
Io sono andata più che altro per vedere il Burj Khalifa e avevo aspettative altissime: bene, le ha superate.
Per forza: supera tutto. Non c’è niente al mondo che gli stia alla pari.
Con i suoi 828 metri di altezza dà un senso nuovo alla parola “grattacielo”.
È alto come una montagna, e sulla sua cima c’è un clima diverso da quello che si trova a terra.
Visto da lassù, il panorama è quasi irreale: come se il cervello si rifiutasse di rendersi conto dell’altezza, come se il paesaggio sotto fosse solo un plastico, una riproduzione.

Dubai vista dall’alto che si specchia nel Burj
Già solo il Burj Khalifa e lo spettacolo delle fontane valgono il viaggio.
Muri d’acqua alti come palazzi che danzano a suon di musica.
A Dubai l’effetto wow è praticamente ovunque, ma più di tutto mi è piaciuta la visione: persone che hanno visto il futuro e se lo sono costruito esattamente come l’avevano immaginato.
I soldi non bastano.
Ci vuole qualcosa di più per arrivare a immaginare Dubai.
Alcune cose invece non me le aspettavo, ma col senno di poi sono ovvie.
A Dubai l’80% della popolazione è straniera — una varietà che fa girare la testa.
È piuttosto normale che non tutti quelli che arrivano siano musulmani e che abbiano le loro usanze e religioni.
Mi è piaciuto passeggiare nei parchi e vedere famiglie (e intere comunità) fare picnic o allestire veri e propri banchetti.
Ho notato che lì gli spazi verdi vengono sfruttati fino all’ultimo filo d’erba.
Avete mai visto famiglie fare il barbecue negli spartitraffico delle autostrade?
Ecco, lì ce ne sono a decine.
Ci tornerei?
Sì, ma solo per il tempo di uno scalo, e tornerei a salutare il mio amico Burj.
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